martedì 7 maggio 2013

Made in Italy verso la Cina

Rallenta l’economia nel Paese del Dragone, ma ai cinesi il Made in Italy piace sempre più. Soprattutto quello agroalimentare.

Caffè, pasta, condimenti e pasti pronti sono i prodotti più richiesti sulle loro tavole per un valore di circa 200 milioni di euro e con una crescita, a fine 2012, del 28,5% rispetto all’anno prima. Oltre a questi prodotti (36,9%), nell’export pesano anche la carne lavorata e conservata (22,7%) e gli olii grassi vegetali ed animali (16,2%). Registrano tuttavia la maggiore crescita frutta ed ortaggi lavorati e conservati (+69,2%) e i prodotti legati all’industria casearia (+66,5%). E sono 42.244 le imprese individuali con titolari nati all’ombra della Muraglia attive in Italia nel 2013, con una crescita del 5,9% in un anno. Si concentrano soprattutto a Prato (4.502 imprese, in gran parte operanti nel settore tessile e dell’abbigliamento), Milano (4.196, +7%) e Firenze (3.536, +8,4%). Quarta Roma con 2.814 titolari, mentre Napoli è quinta con 1.899. In un anno però le province dove, in percentuale, cresce di più la presenza di piccoli imprenditori provenienti dalla Cina sono Pordenone (+27,9%), Gorizia (+19,6%) e Cremona (+18,9%). E le regioni più vocate all’export di prodotti alimentari in Cina, secondo quanto emerge da una collaborazione della Camera di commercio di Milano su dati del registro delle imprese ed Istat, sono il Piemonte (32,5%), Toscana (13,9%), Emilia Romagna (11,6%) e Lombardia (9,4%).
Oggi la Cina è il

terzo partner commerciale


dell’Italia dopo Germania e Francia. I numeri parlano chiaro: dieci anni fa l’interscambio complessivo tra i due paesi ammontava a 9,1 miliardi di dollari; oggi è salito a oltre 51,3 miliardi, di cui 33,7 miliardi è il valore delle esportazioni cinesi verso l’Italia, mentre le vendite tricolori verso la Grande Muraglia sono pari a poco più di 17,6 miliardi di dollari. Insomma, nell’arco di dieci anni l’export cinese verso l’Italia è cresciuto di otto volte, mentre quello italiano verso la Cina si è quadruplicato. L’impulso ai rapporti commerciali tra i due Paesi è dovuto senz’altro alle modifiche di controllo effettuate dalle autorità del Dragone sui prodotti che entrano ed escono da qual territorio; un’azione che darà i suoi frutti su quel mercato troppo spesso invaso da prodotti contraffatti che non hanno nulla a che vedere con il vero Made in Italy.

Una grossa opportunità, dunque, per le imprese italiane. Soprattutto perché le azioni messe in campo dal governo di Pechino hanno negli ultimi anni spalancato le porte agli investitori stranieri. Ed accanto ai prodotti dell’eccellenza agroalimentare italiana, servono componenti per il settore dell’energia rinnovabile, della meccatronica, dell’aeronautica e della moda. Insomma, si aprono le porte per accordi di collaborazione e di partnership tra i due paesi; un percorso iniziato con lo sbarco in Cina di Illy, Barilla, Pasta Agnesi, Zonin, Pasta Zara, Grana Padano, tanto per citarne alcune, e l’ingresso in Italia della Hutchison Whampoa nella gestione del porto di Taranto, di cui detiene il 60% del capitale, proseguito con un massiccio investimento nelle attività della Ebri di Rita Levi Montalcini che rischiava di chiudere i battenti. Adesso, con la sperimentazione di nuovi farmaci per combattere le malattie neurodegenerative la Ebri è considerata una gallina dalle uova d’oro. E di recente è anche l’accordo tra la Regione Puglia e il gruppo China Energy Conservation per sviluppare il settore delle energie pulite e rinnovabili nel Mezzogiorno d’Italia. Ed oggi la Cina è il settimo acquirente globale del Made in Italy (era il 13° nel 2002), arrivando ad assorbire il 2,7% delle esportazioni tricolori nel mondo.
Eduardo Cagnazzi

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